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Il poeta e il politico

di ozarzand (25/04/2006 - 13:04)



Salvatore Quasimodo

Lettura Nobel, Dicembre 11, 1959

Ci può essere un coordinamento fra il politico e il poeta? Forse dove esistono delle società in formazione, ma mai sul piano della libertà assoluta. Nel mondo contemporaneo il politico assume vari aspetti, ma non sarà mai possibile un accordo col poeta, perché uno si occupa dell'ordine interno dell'uomo e l'altro dell'ordinamento dell'uomo. L'ordine interno dell'uomo può coincidere, in una data epoca, col desiderio dell'ordinamento-costruzione di una nuova società.
(...)
L'intelligenza creativa è stata sempre ritenuta un contagio mortale. Di qui le varie ragioni del mecenatismo delle corti medioevali — i premi cavaliereschi o mansuetamente eroici, le interminabili fiorettature di madrigali - mecenatismo che si è trascinato fino alle soglie del nostro secolo, quando, in virtù di una potenza riflessa dell'intelligenza, la borghesia costruiva il suo stato di libertà. Qualcuno potrebbe osservare, risalendo nel tempo, che Piatone, quale architetto di uno Stato ideale, escludeva da questo i poeti, come elemento di disordine (o di ordine, si dovrebbe dire, considerando la loro possibilità di scardinare una società ordinata su basi antidemocratiche) ma l'ostracismo del filosofo non era che un'altra forma d'elusione.

Oggi il poeta è libero? È libero, secondo le società che lo esprimono, o il continuatore di illuminazioni pseudo-esistenziali, il decoratore dei placidi sentimenti umani, o chi non scende profondamente nella dialettica del proprio tempo per timore politico o per inerzia. Era libero, nel Quattrocento, per esempio, Angelo Poliziano, che in una delle Stanze per la Giostra di Giuliano de' Medici con cautela fa andare alla messa domenicale una ninfa confusa in mezzo alle dame secolari, ma non Leonardo da Vinci, scrittore di altro genio. Qui libertà assume il suo vero significato: il consenso, cioè, da parte del potere politico, consenso che permette al poeta di entrare senza armi nella società. Non erano liberi neppure Ariosto o Tasso, l'abate Parini, Alfieri, Foscolo: la retorica dei sacrificati li pone poi nel tempo fra i continuatori della voce dell'uomo che sembra gridare nel deserto e invece corrode la non-verità.

Ma, a sua volta, è libero il politico? No. Infatti, sono le caste che lo assediano che decidono le sorti di una società e agiscono anche sul dittatore. Intorno a questi due protagonisti della storia non liberi e avversari (nel poeta comprendiamo tutti gli scrittori determinanti di una data epoca) circolano e si avventano le passioni e non c'è quiete che durante una rivoluzione o una guerra: la prima portatrice di ordine e l'altra di confusione. (leggi il testo integrale, clicca qui)

 


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Reading de LA BICICLETTA DI LEONARDO

di ozarzand (25/04/2006 - 00:52)






Affabula Readings

è lieta di invitarvi a
Cinema Corto in Bra
International Festival

per il reading pubblico
del racconto cinematografico






di Francesco Randazzo
vincitore del Sonar Script Open 2005

Giovedì 27 Aprile 2006 - ore 18,00
Bar - Pasticceria ARPINO
Via Cavour, 36 BRA (CN)

Interpreti: Emanuela Currao e Claudio Palumbo

La bicicletta di Leonardo è un progetto dalle grandi possibilità. È dolce e amaro, vibrante, caldo. Leggero come un soffione, ma ricco quanto una vita. La scrittura è multiforme e idiomatica: è questo l'elisir perduto che porta il protagonista ad acquisire una voce, corpo e anima, cuore e gambe per correre. E nobiltà. "Scimunito sono, ma non bestia," Leonardo lo ripete spesso. Come l’uomo che è uomo perché ama, prova a farsi abbracciare e a volte viene respinto, Leonardo è uno di noi. E dentro di sé lo sapeva e l'aveva sempre saputo. Umano, troppo umano.
(dalla rivista Plot - storie per lo schermo, n°6)


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Ma cosa diavolo vorrà mai dire?... Il futuro... Il futuro?

di ozarzand (24/04/2006 - 17:48)

La collezionista
ovvero la Sindrome di Babbo Natale
di Chiara De Luca

Fara Editore

Di che vi meravigliate

se mio maestro fu un sogno,
e ancora tremo per l'ansia
di dovermi ridestare
nel chiuso di quel carcere?
Ma quand'anche ciò non fosse,
solo sognarlo mi basta,
perché ho appreso proprio questo:
la felicità umana
scorre e passa come un sogno.
(Battuta finale di Sigismondo ne "La vita è sogno" di Calderon de la Barca.)


Questo libro scorre piacevolmente, con leggerezza e ironia ma anche, addentrandosi nella lettura, con una dose di sconcerto e persino “tifoseria” per la protagonista: Federica, giovane neo laureata in lingue straniere. La vediamo attraversare quel limbo che è il passaggio dall’essere studentessa, sognatrice e idealista a disoccupata laureata in cerca di lavoro. Fin qui, si potrebbe obiettare, nulla di nuovo o particolare, oppure: ecco il solito piagnisteo. Ma non è così. Intanto Federica è, pur nella sua precarietà e indeterminazione, una ragazza che non puoi non amare; una che chiama Antonio il suo vecchio computer e Mina la sua vespa scassata e che per cominciare il suo giro di colloqui, per prima cosa manda una lettera a Babbo Natale, chiedendogli un lavoro, non può che suscitare simpatia, stai dalla sua parte e poi,  attraverso la sua estenuante ricerca, le sue fobie, lo smarrimento sentimentale e sessuale, il suo rapporto drammatico col cibo e col fumo, s’impara a conoscerla, a volerle bene, persino a sperare che Babbo Natale le risponda. Ma al di là dell’apparente infantilismo, Federica è un’anima pura, spaesata, che compie un percorso d’identificazione scontrandosi per la prima volta col mondo degli adulti, una come noi siamo stati, come ogni giovane ad un certo punto della sua vita è o sarà. C'è un bel campionario d'umanità lavorativa, con tutte le sue fissazioni, astuzie, sordidezze e trappole; e nel suo spostarsi per colloqui e appuntamenti, viaggiando, la protagonista incontra altri giovani sconosciuti, con i quali vive momenti di contatto e confidenza, comunione direi, che hanno nel libro i momenti più lirici, drammaticamente nostalgici dell'esistenza in quanto tale. Durano il tempo d'un respiro e d'un voltare pagina, come uno scottarsi e levare la mano per un soffio, la speranza di un sollievo che con cinica ironia e al contempo pervicace speranza, Federica persegue, con fragilità e forza allo stesso tempo.
Il libro ha la levità di un diario o di un blog di qualità che non ha velleità d’essere cliccato compulsivamente grazie a trucchetti stilistici o di contenuto furbo, ma invece è pulito e sincero, e ci regala un  finale quasi magicamente positivo. Sognare e vivere, ci dice l'autrice, non sono in contraddizione, si cresce sì, ma perché rinunciare al "divino fanciullo" che la nostra anima racchiude, alle speranze, al bene cui aspiriamo? E poi, aiuta, complice l'ironia, attraversare la vita così.
Una lettura che consiglio di fare subito, anche perché Chiara De Luca ha già sfornato un sequel che, almeno dal titolo, ci suggerisce un seguito del viaggio nella vita di Federica, attraverso la sua eroica, pericolosamente ancora su strada, Mina vagante, la sua vespa amica. Se leggerete il primo, il secondo andrà da sé, come una ciliegia.

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Addio Alida!

di ozarzand (23/04/2006 - 20:40)


Ho bisogno di mortificare la vanità. Alla inquietudine, che rode la mia anima e che lascia quasi intatto il mio corpo, s'alterna la presunzione della mia bellezza: né trovo altro conforto che questo solo, il mio specchio.

 Ho letto di santi anacoreti, i quali vivevano in mezzo ai vermi ed alle putrefazioni (quelle, certo, erano lordure), ma credevano di alzarsi tanto più in su quanto più si avvoltolavano nel fango. Così il mio spirito nell'umiliarsi si esalta. Sono altera di sentirmi affatto diversa dalle altre donne: il mio sguardo non teme nessuno spettacolo; c'è nella mia debolezza una forza audace; somiglio alle Romane antiche, a quelle che giravano il pollice verso terra, a quelle di cui tocca il Parini in una ode... non mi rammento bene, ma so che quando la lessi mi sembrava proprio che il poeta alludesse a me.

Se non fosse dall'una parte la febbre delle vive ricordanze, dall'altra lo spavento della vecchiaia, dovrei essere una donna felice.

Da “Senso” di Camillo Boito





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La storia

di ozarzand (21/04/2006 - 22:16)


La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l'ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell'orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
 
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C'è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
 
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma
d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.


Eugenio Montale

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